Bambini stranieri: Uno su quattro non va alla scuola per l’infanzia

 

Investire nella scuola per l’infanzia: i numeri parlano. Quali prospettive e quali interventi?

Un bambino straniero su quattro non frequenta la scuola per l’infanzia perdendo così la possibilità di  familiarizzarsi con l’italiano prima della scuola primaria.

Ne discute Fiorella Farinelli al Seminario nazionale MIUR “I figli degli immigrati nella scuola : le nuove sfide”

I dati 2014-15 sulle scuole per l’infanzia ( 167.980 alunni stranieri ) dicono che il numero dei bambini stranieri continua a crescere, ma con andamento decrescente ( +23% sul 2009-10 ; + 0,2% sul 2013-14) in crescita sono anche i nati in Italia ( 84,8% del totale : +13,6% sul 2007-8 ; + 0,8% sul 2012-13 ) effetto evidente dei processi di stabilizzazione di vaste aree dell’immigrazione.

Inoltre i dati mostrano che le famiglie straniere scelgono le scuole statali più delle paritarie sia pubbliche che private, e lo fanno più delle famiglie italiane ( 67,9% vs 61,2% ), altro dato importante: la componente femminile ( 47,5% ) ha un peso analogo a quello italiano ( 47,9%) ma con significative differenze per cittadinanza: sopra il valore medio sono le cittadinanze romena, moldava, ecuadoregna, filippina; decisamente sotto la pakistana ( 43,7%), l’indiana (44,1%), la tunisina (45%). Il tasso di scolarizzazione dei bambini stranieri tra i 3 e i 5 anni ( 74,9% ) resta nettamente inferiore a quello dei coetanei italiani (97% ), 1 bambino straniero su 4 non partecipa alla scuola per l’infanzia. Questi  risultati portano alla luce temi da approfondire, criticità da non sottovalutare, ambiti che richiedono interventi/misure innovative.

Al centro, ovviamente, la grande disparità tra italiani e stranieri nell’accesso a un’opportunità educativa decisiva per uno sviluppo equilibrato e per il successo scolastico ( vedi OCSE-Pisa ), e le sue cause. Si tratta, in particolare, di accertare se il fenomeno, rilevante anche in una scuola che non appartiene al ciclo obbligatorio, sia determinato da una particolare difficoltà delle famiglie non italiane, difficoltà linguistiche e carenze informative, ad orientarsi nella complessità di un “sistema” articolato in offerte diverse per gestore, modalità/tempi di funzionamento, costi connessi alla frequenza e ai servizi di mensa/trasporto ; o dalle condizioni socio-economiche di nuclei familiari dovute al minore o più contrastato accesso al lavoro delle mamme, soprattutto di alcune cittadinanze, rispetto alla componente italiana ; o da contrarietà/diffidenze culturali rispetto alla scolarizzazione precoce ; o da sottovalutazione dell’importanza di questo settore educativo rispetto al successo scolastico. O, come è probabile, da mix variati di questi diversi fattori.

Si tratta anche, in ogni caso, di individuare le misure necessarie a contrastarlo, in termini di informazione mirata alle comunità e all’associazionismo degli immigrati, di interventi di orientamento alle scelte e di mediazione culturale, di agevolazioni e supporti al “diritto allo studio”.

L’importanza della scuola per l’infanzia per l’apprendimento linguistico non è da sottovalutare.

L’italiano è lingua parlata in casa nelle famiglie con back ground migratorio solo nel 38,5% dei casi, una percentuale che si riduce al 30,9% nelle famiglie con minori 0-5 anni.
Il fatto che sia ormai così alta, tra i bambini stranieri iscritti alla scuola per l’infanzia, la percentuale dei nati in Italia, non dovrebbe quindi far sottovalutare, come invece e per lo più avviene, l’importanza per tutti i bambini non italofoni di una familiarizzazione in età precedente alla scuola primaria con l’italiano parlato.
Sono infatti decisivi sia lo scambio comunicativo con coetanei di lingua italiana e di altre lingue – negato a quel 25% di bambini stranieri che non accedono alla scuola per l’infanzia, sia un insegnamento consapevole delle complessità del “bilinguismo imperfetto” di chi in casa parla una lingua ( quella degli affetti ) e a scuola un’altra lingua ( della socialità e dello scambio tra pari ), e con le competenze didattiche adatte ad esercitarlo. Un passaggio obbligato per evitare, nell’impatto con i compiti di letto-scrittura della primaria, le tante difficoltà e i tanti rischi di ritardo e di insuccesso degli alunni che non hanno l’italiano come lingua materna. Ma il passaggio, di cui molte insegnanti avvertono ormai la necessità, si sta rivelando troppo complicato – in analogia con l’altro tema, quello della mediazione culturale con le famiglie, e dell’educazione interculturale – in assenza di policies specifiche.

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3 pensieri su “Bambini stranieri: Uno su quattro non va alla scuola per l’infanzia

  1. maria pia ha detto:

    Pienamente d’accordo sulla necessità di trovare misure che facilitino le famiglie straniere ad accedere ai servizi per l’infanzia, ritengo in base anche alle mie esperienze lavorative, che un primo semplice intervento dovrebbe essere il ripristino delle modalità di iscrizione alle scuole, presso le stesse strutture educative e non solo on-line. Le famiglie, infatti oltre ad avere in molti casi difficoltà linguistiche, e non bastano certo le guide (poche) a disposizione, hanno bisogno, in alcuni casi di essere orientate e sostenute.

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  2. fiorella ha detto:

    Grazie Maria Pia per il suo contributo. Un’attenzione maggiore agli ostacoli linguistici e ai deficit informativi della famiglie straniere è certamente augurabile, ma su questo piano occorrerebbe forse qualcosa di più. Per es. un coordinamento locale delle iscrizioni, concordato tra i tre diversi comparti della scuola per l’infanzia ( statale, comunale, paritaria ), che sarebbe utile per tutte le famiglie anche italiane per scongiurare il fenomeno delle pluriscrizioni e delle liste di attesa. Poi ci sono altri temi da discutere, e su cui avviare miglioramenti, tra cui un arricchimento della formazione professionale delle insegnanti per lo sviluppo della familiarizzazione con l’italiano parlato dei bambini con altre lingue materne. O no ? Contiinuiamo a parlarne, analisi nuove e nuove proposte sono preziose.

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